No. 152/NUEVA NOVELA ITALIANA

 
Blackout (fragmento)


Gianluca Morozzi
Blackout, Tea Libri Edizioni, 2007



Zero

L’ascensore è un modello Skylark 2000. Quattrocentonovanta chili di portata massima, una capienza di sei persone.

Le pareti della cabina sono di acciaio inossidabile satinato.

L’ascensore ha appena superato il primo piano.



Claudia finge di cercare le chiavi. Ha la gola che sembra carta moschicida, non lo sopporta più, quel caldo melmoso che brucia i polmoni.

Appena entrata in casa schizzerà in cucina, aprirà il frigorifero, riempirà un bicchiere di acqua gelata lo vuoterà in un sorso. Poi riempirà di nuovo il bicchiere, questa volta di tè freddo. Berrà di nuovo in un sol sorso.

Risolta la priorità della sete, potrà togliersi finalmente l’uniforme. Resterà mezz’ora sotto la doccia. È sudata, appiccicosa, non vede l’ora di sentirsi scorrere l’acqua sulla pelle.

Dopo la doccia controllerà la posta elettronica. Magari Bea ha avuto dieci minuti di tempo per scrivere una mail dal Marocco. Magari.

Pochi secondi ancora e sarà in casa, Claudia.

Che intanto finge di cercare le chiavi, come sempre si fa per non incrociare sguardi estranei in ascensore.

L’ascensore ha appena superato il secondo piano.



Lo Skylark 2000 dispone di un sistema di illuminazione indiretta verticale.

La luce proviene da tubi fluorescenti con diffusore in plexiglas nel pannello di comando della bottoniera.

La bottoniera è in lamiera plastificata bianca.

L’ascensore ha appena superato il terzo piano.



Tomas finge di leggere la targhetta sulla parete opposta alla bottoniera.

Studia per finta i dati tecnici sulla capienza e sulla portata dell’ascensore, e intanto pensa: “Un maglione, dovrei infilare un maglione nella sacca da viaggio, chissà dove saremo quest’inverno io e Francesca, a Londra, magari. E va bene che il freddo è un concetto astratto, in estate, quando si vive in una fornace come è Bologna a ferragosto, ma un minimo previdenti bisogna essere” si dice Tomas, fingendo di leggere la targhetta e i dati tecnici sulla capienza e sulla portata.

Tomas non è mai stato in Inghilterra, ma ricorda bene il clima dell’Irlanda, la pioggerella, l’umidità. Era sempre mezzo malato in Irlanda, col naso che colava e il pizzicore in gola. “Dove sarà il maglione? Dove la tiene, mia madre, la roba invernale?” si domanda. “E poi l’orologio, dovrò portarmi dietro un orologio.” Tomas non porta mai l’orologio, ma ha un treno da prendere, degli orari da rispettare, non vuole rischiare di perdere il treno per la sua idiosincrasia verso gli orologi al polso.

Cerca le chiavi nella tasca dei jeans, proprio come sta fingendo di fare la ragazza dai capelli verdi pochi centimetri più in là.

Le sfiora tutte con le dita. La chiave di casa. La chiave del portone. La chiave della vespa. La chiave del garage. La chiave lunga della cantina, enorme e ingombrante nella tasca. Quella su cui Francesca aveva scherzato, una volta, con inedita malizia.

“Sembra un’altra cosa”, aveva ridacchiato, fissando quella chiave in rilievo sotto la tela dei jeans.

“Come?” era arrossito Tomas, colto di sorpresa.

“Niente” aveva glissato lei maliziosa, nel bel mezzo del parco Ducale, in una splendida giornata di primavera.

Pochi secondi ancora e sarà a casa, Tomas. Che intanto finge di interessarsi ai dati tecnici sulla targhetta.

L’ascensore ha appena superato il quarto piano.



La cabina è alta due metri e venti, dal pavimento in lamiera d’acciaio ricoperto in gomma a bolle fino al cielino in acciaio bianco sopra le teste dei passeggeri.

La porta automatica ha due pannelli scorrevoli in lamiera d’acciaio. È rivestita in acciaio inossidabile satinato.

L’ascensore ha appena superato il quinto piano.



Ferro ha lo sguardo fisso sulle cosce della ragazza dai capelli verdi, generosamente lasciate scoperte dall’uniforme.

Belle gambe.

Un po’ bassa per i miei gusti, un po’ piatta sul davanti, comunque ha delle belle gambe. Quell’uniforme la conosco. Mi sa che lavora in quel bar del centro, come si chiama, ci sono stato col Dentista in quel bar del centro, come si chiama, quel bar del centro?

Nella sua testa, Elvis sta cantando Bridge over Troubled Water sul palco di Las Vegas.

Altro che quei frocetti con le vocine, altro che Simon & Garfunkel. Elvis si è impadronito della loro canzone, l’ha masticata e risputata fuori, altro che quei due frocetti con quelle vocine, bah. Elvis, la loro melodia l’ha forgiata nel cuore, l’ha plasmata nella gola e l’ha restituita al mondo, rimodellata e incandescente.

Pochi secondi ancora e sarà nel suo vecchio appartamento da scapolo, Ferro. Che intanto guarda apertamente le cosce della ragazza dai capelli verdi.

L’ascensore ha appena superato il sesto piano.



Lo Skylark 2000 misura un metro e trenta in profondità, novantacinque centimetri in larghezza.

Lo Skylark 2000 ha appena superato il settimo piano.

Tomas e Claudia trovano contemporaneamente le rispettive chiavi di casa, le isolano con le dita dalle altre del mazzo. L’ascensore ha appena superato l’ottavo piano.

Anche Ferro cerca la chiave di casa. È proprio in fondo alla tasca, vicino al coltello a serramanico.

L’ascensore ha appena superato il nono piano.

Ha una voglia pazzesca di fumare, Ferro. Ha il pacchetto di sigarette e lo zippo nel taschino della camicia.

Appena entro in casa mi faccio una paglia. Prima bevo un bicchier d’acqua, che sto crepando di caldo e ho la camicia incollata alla schiena, cazzo, e poi mi fumo una paglia.

Lo Skylark 2000 ha appena superato il decimo piano.



Alle 17:03, lo Skylark 2000 ha appena superato l’undicesimo piano.

Quando, di colpo, in cabina si spengono le luci.

E l’ascensore si ferma.

Tra l’undicesimo e il dodicesimo piano.



Prima ora

17:03

“Quando capita è buffo e sorprendente” recita una vocina tra le tempie di Claudia. “Quando si straccia la pellicola e di colpo il pubblico fa “¡Oh!”, e non ci sono più trame e sottotrame né intreccio o personaggi ma solo uno schermo nero, di punto in bianco, in mezzo a un dialogo.

“Quando capita è buffo e sorprendente” recita la vocina tra le tempie di Claudia. “Quando un paio di forbici affilate taglia il corso di una vita, quando un ¡Oh! di puro stupore segna il punto di non ritorno di un flusso logico e coerente di termometri sotto le ascelle, vaccinazioni, apparecchi ai denti, feste con le tapparelle abbassate, ginecologi, appendiciti, e quando è il tempo delle forbici non ti è servito a niente guardare a destra e a sinistra prima di attraversare, fare il bagno due ore dopo mangiato, evitare le stradine buie, che tanto le forbici tagliano lo stesso, quando è l’ora delle forbici.

“Ricordi la vigilia di Natale?” sussurra la vocina in mezzo alle sue tempie. “Eri seduta accanto a Bea, sul sedile del passeggero, ed eravatre appena uscite dalla pizzeria allegre per il vino, sotto una pioggerella fredda e dura? E la macchina ci aveva messo un po’ a ripartire ma alla fine era ripartita, sbuffando e crepitando nel gelo di fine dicembre? E avevate imboccato la tangenziale, tu con i tuoi guanti freak, la sciarpa di lana grezza, il berretto con lo stemma di Superman, e per strada non c’era nessuno, proprio nessuno, te lo ricordi, no?

“E avevate acceso la radio, c’era un vecchio pezzo degli Skiantos, e avevate iniziato a doppiare la voce di Freak Antoni in sincrono perfetto, avevate imboccato la tangenziale cantando “Sono un ribelle mamma, vai a letto non star sveglia nella stanza”, avevate superato la semicurva a metà rampa, una striscia d’asfalto in mezzo ai campi e alle sterpaglie, in un quartiere periferico. Avevate scorto il fumo appena uscite dalla semicurva. Due colonne di fumo in mezzo alla pioggia mista a neve. Due colonne che salivano su, nel buio.

“Ti ricordi cos’avevi pensato nel vedere quelle colonne di fumo, Claudia? ‘Sterpaglie in fiamme’ avevi pensato, erbacce che bruciano nei campi”, questo avevi pensato.

“Poi avevi distinto due sagome, nel buio e nella pioggia.

“E il fumo, avevi capito in una frazione di secondo, non usciva dai campi o dall’asfalto. Il fumo usciva da quelle due cose nere in mezzo alla rampa deserta. Due masse scure davanti a voi.

“Un’altra frazione di secondo, e avevi distinto chiaramente quelle cose nere. Erano due automobili tranciate a metà, senza più fari, senza più cofano, le luci sbriciolate. Invisibili, nel buio.

“Allora avevate realizzato, tu e Bea.

“Le due carcasse fumanti vi sbarravano la strada, occludevano entrambre le corsie.

“Stavate piombando agli ottanta all’ora, sull’asfalto bagnato, contro una barriera di lamine annerite dal fuoco. Senza spazio per passare in mezzo. Ai lati, un guardrail e un salto di dieci metri giù nei campi.

“Allora avevi esalato un “Oh!’ di puro stupore quando avevi capito che non c’era un pertugio in cui infilarsi per evitare l’impatto. Quando il normale fluire di una giornata scandita da eventi logici e consequenziali era stato tagliato da un paio di forbici, con due carcasse invisibili sulla rampa di una tangenziale. O un ascensore che si blocca tra l’undicesimo e il dodicesimo piano.

“Bea aveva schiacciato il freno con tutte le sue forze, ricordi? Le braccia rigide sul volante.

“Non avevi chiuso gli occhi, non ancora. Eri assordata dal lamento straziante delle gomme sopra l’inferno delle lamiere, cristalli e specchietti.

“Solo quando Bea aveva tentato un’ultima sferzata, quando si era messa di traverso per evitare l’impatto frontale, solo lì avevi chiuso gli occhi. Un istante prima di quel sordo Thudd! contro la carcassa.

“Poi —rammenti?— avevi aperto gli occhi.

“La vostra auto aveva esaurito la sua spinta ma era viva, ferma ma con il motore ancora acceso. Intatta, davanti alle due mezze auto nere e silenziose. Tra spirali di fumo, sotto la pioggia mista a neve, tra i campi e le sterpaglie.

“Freak Antoni che ancora cantava ‘Sono un ribelle mamma’, nel silenzio più assoluto.”



Quando lo Skylark 2000 si ferma, Claudia si fa sfuggire un “Oh!” che sembra uscito dalla scatola nera di un aereo ripescato dal fondo melmoso dell’oceano.

La cabina di colpo diventa buia. Claudia barcolla per l’arresto improvviso, agita le mani nel buio, artiglia d’istinto la spalla del ragazzo con la maglietta di Bruce Springsteen. Si aggrappa, chiede scusa in un soffio.

Poi c’è una luce, verde.



“Cazzo!” smozzica Ferro appena scoppia il buio in ascensore. D’istinto porta la mano alla tasca, dove c’è il coltello.

Lo Skylark 2000 si arresta di botto. C’è una scossa d’assestamento, una singola scossa, quasi un singulto. Ferro barcolla, allarga le braccia a cercare un appiglio che non c’è. Preme i palmi contro le pareti d’acciaio liscio.

La luce verde spazza via il buio.



Tomas ha appena ricordato dove sua madre tiene la roba invernale. Ha visualizzato il maglione in cima a un’ordinata pila di indumenti pesanti, nell’armadio della cantina. Accanto allo scatolone, quello grande, dove i suoi vecchi Dylan Dog convivono con i Tex di suo padre.

Poi c’è il sussulto della cabina. La cabina che, da un momento all'altro, si riempie di nerissimo inchiostro.

Tomas si irrigidisce. Spalanca gli occhi, nell’oscurità totale. Un attimo dopo, la luce smeraldo dissolve l’inchiostro.

Tomas si irrigidisce. Spalanca gli occhi nell’oscurità totale.

Un attimo dopo, la luce smeraldo dissolve l’inchiostro.

Tomas è inchiodato tra l’undicesimo e il dodicesimo piano.

Con la ragazza dai capelli verdi. E il sosia di Elvis dagli stivali di serpente.



E nel momento in cui il buio lascia il posto al verde cupo, tutto inizia a muoversi velocissimo. Si assottigliano le sovrastrutture, vecchi dischi della Sun Records, Nembo Kid degli anni Cinquanta, ritornelli scarabocchiati sui diari di scuola, l’istinto corre con l’adrenalina.



(la paura di essere sepolto vivo la paura dei luoghi chiusi la paura delle cantine la paura degli sconosciuti in vadono il tuo spazio respirano la tua aria il sogno del tunnel nella montagna il sogno del tunnel nella montagna la paura di essere sepolto vivo la paura di essere sepolto vivo)



E tre persone razionali, di colpo, diventano nient’altro che vespe in un bicchiere rovesciato.



La cabina dell’ascensore smette di tremare. Tomas guarda Ferro, Ferro guarda Claudia. Claudia guarda la luce verde che esce dal diffusore in plexyglas.

Tomas si schiaccia contro una parete, come faceva da bambino. Quando dovevano fargli l’iniezione, e lui si appiattiva negli armadi o sotto i tavoli finché suo padre non lo tirava fuori urlante e scalciante. Ora, d’istinto, si sposta qualche centimetro all’indietro. Incolla la schiena alla parete d’acciao, proprio sotto la targhetta del pronto intervento.

“Siamo fermi” mormora incredulo.

Ferro sibila: “Nooo, ma porca di quella grandissima troia. Ma porca di quella grandissima troia porca.”

Claudia si gira come una molla verso la bottoniera, cerca il tasto dell’allarme, lo schiaccia due volte. Torna a girarsi verso le due figure verdi e nere, dice: “Ho premuto il pulsante dell’allarme”, Ferro commenta torvo: “Ho visto, porca di quella grandissima troia, troia porca”, e tre persone in grado di snocciolare ogni singola canzone di Elvis Presley, uno dei tre, ogni serie mai esistita di Superman, un’altra dei tre, ogni parola di Thunder Road, il terzo dei tre, in un attimo sono diventati tre cuori che pulsano impazziti, all’erta come lupi.

Per qualche secondo aspettano in silenzio, respirando pesantemente l’uno sull’altro. Ognuno ha gli occhi fissi su un punto nell’aria, un punto diverso della cabina. Aspettano che l’ascensore riparta. O che qualcuno senta l’allarme e li tiri fuori da lì. Sono tre vespe in un bicchiere rovesciato, e il bicchiere rovesciato misura un metro e trenta per novantacinque centimetri. Si stanno mangiando l’aria l’un con l’altro, nel bicchiere rovesciato.

Ferro sputa una bestemmia. Sfila il cellulare dalla tasca, scosta brutalmente Tomás, legge la targhetta alle spalle del ragazzo, sulla targhetta c’è scritto Questo ascensore utilizza il servizio di Pronto intervento 24 ore su 24. Sotto, c’è un numero verde.

Ferro sta per comporre il numero. Abbassa gli occhi sul cellulare. Si blocca.

Ricerca rete, dice il display. Ricerca rete.

“Puttana troia” latra Ferro. “Ma porca di quella grandissima puttana.” Schiaccia pulsanti a caso sulla tastiera del cellulare, lo spegne, lo riaccende. Il display è inchiodato su Ricerca rete. “Funzionano i vostri?” abbaia alzando gli occhi, “i vostri cellulari?”

Claudia fruga nello zaino peruviano, cerca il Nokia arancione. Serra le labbra.

“Non c’è campo” dice, lentissimamente. “Il mio non ha campo.”

“Neanche il mio” fa eco Tomás sconsolato, davanti al suo inutilizzabile Ericcson rosso e blu. Tre cellulari su tre sono ridotti a pezzi di plastica e ferro, per qualche inspiegabile motivo, e il numero di Pronto intervento ventiquattr’ore su ventiquattro è lontano e irraggiungibile quanto la luna.

Zero

El elevador es modelo Skylark 2000. Cuatro cientos noventa kilos de capacidad máxima, para seis personas.

Las paredes de la cabina son de acero inoxidable satinado.

El elevador acaba de pasar el primer piso.



Claudia simula buscar las llaves. Su garganta parece papel atrapamoscas, ya no soporta ese calor fangoso que le quema los pulmones.

Al llegar a su casa irá corriendo a la cocina, abrirá el refrigerador, llenará un vaso con agua helada, lo vaciará de un trago. Después llenará nuevamente el vaso, esta vez con té helado. Nuevamente lo tomará de un trago.

Una vez resuelta la prioridad de la sed, podrá finalmente quitarse el uniforme. Se quedará media hora bajo la regadera. Está sudada, pegajosa, impaciente por saborear el agua deslizándose sobre su piel.

Después de la ducha, revisará su correo electrónico. Tal vez Bea tuvo diez minutos para escribirle un mail desde Marruecos. Tal vez.

Algunos segundos más y Claudia estará finalmente en su casa.

La misma Claudia que, mientras tanto, simula buscar las llaves, como hace siempre para no cruzar miradas con extraños en el elevador.

El elevador acaba de pasar el segundo piso.



El Skylark 2000 cuenta con un sistema de iluminación indirecta vertical.

La luz proviene de tubos fluorescentes con difusión en plexiglás en panel de mandos.

El panel de mandos es de lámina plastificada blanca.

El elevador acaba de pasar el tercer piso.



Tomás simula leer la tarjeta en la pared opuesta al panel de mandos. Simula estudiar los datos técnicos sobre la capacidad del elevador, y mientras tanto piensa: “Un suéter, tengo que poner un suéter en mi maleta, quién sabe dónde estaremos yo y Francesca el invierno que viene, tal vez en Londres. Claro que el frío es un concepto abstracto, en verano, viviendo en un horno como Bolonia a la mitad de agosto, pero debemos ser un mínimo precavidos.” Se dice a sí mismo Tomás, simulando leer la tarjeta y los datos técnicos sobre la capacidad del elevador.

Tomás nunca ha estado en Inglaterra, pero recuerda muy bien el clima de Irlanda, la llovizna, la humedad. Estaba siempre medio enfermo en Irlanda, con la nariz que le chorreaba y el ardor en la garganta. “¿Dónde estará mi suéter? ¿Dónde guarda mamá la ropa de invierno?” se pregunta. “Y además el reloj, deberé llevar un reloj.” Tomás nunca lleva consigo un reloj, pero hay que tomar un tren, hay que respetar horarios, no quiere arriesgarse a perder un tren por culpa de sus ideas sobre los relojes de pulsera.

Busca las llaves en el bolsillo de los jeans, justo como hace la muchacha de pelo verde a pocos centímetros de él.

Acaricia todas con los dedos. La llave de la casa. La llave del cancel. La llave de la Vespa. La llave del garaje. La llave larga del sótano, enorme y abultada en su bolsillo. Aquella sobre la cual Francesca había bromeado, una vez, con insólita malicia.

“Parece otra cosa” había sonreído, mirando la llave en relieve debajo de la tela de los jeans.

“¿Cómo?” había contestado Tomás, desprevenido, ruborizándose.

“Nada” había eludido ella, maliciosa, en pleno Parco Ducale, en un maravilloso día de primavera.

Unos cuantos segundos más y Tomás estaría en su casa. Tomás que, mientras tanto, simula poner interés en los datos técnicos de la tarjeta. El elevador acaba de pasar el cuarto piso.



La cabina tiene dos metros veinte centímetros de alto, desde el piso en lámina de acero con recubrimiento de goma hasta el plafón de acero blanco sobre las cabezas de los pasajeros.

La puerta automática tiene dos paneles corredizos de lámina de acero. Está recubierta de acero inoxidable satinado.

El elevador acaba de pasar el quinto piso.



Ferro tiene la mirada fija en los muslos de la muchacha de pelo verde, que el uniforme deja generosamente descubiertos.

Lindas piernas.

Un poco chaparra para mi gusto, un poco plana por delante, pero tiene lindas piernas. Ese uniforme lo conozco. Creo que trabaja en aquel bar del centro, cómo se llama, estuve allí con el Dentista en aquel bar del centro, ¿cómo se llama, aquel bar del centro?

En su cabeza, Elvis canta Bridge over Troubled Water en el escenario de Las Vegas.

Seguro otra cosa en comparación con aquellos dos mariquitas con sus vocecitas, otra cosa en comparación con Simon & Garfunkel. Elvis se ha adueñado de su canción, masticándola y escupiéndola, no como los dos mariquitas con sus vocecitas, bah. Elvis, su melodía, la ha forjado en su corazón, la ha modelado en su garganta, regresándosela al mundo nueva y candente.

Unos segundos más y Ferro estará en su viejo departamento de soltero. Ferro que mientras tanto mira descaradamente los muslos de la muchacha de pelo verde.

El elevador acaba de pasar el sexto piso.



El Skylark 2000 mide un metro treinta de profundidad, noventa y cinco centímetros de ancho.

El Skylark 2000 acaba de pasar el séptimo piso. Tomás y Claudia encuentran al mismo tiempo las llaves de sus casas, las aíslan con sus dedos de las demás. El elevador acaba de pasar el octavo piso.

También Ferro busca la llave de su casa. Está justo al fondo del bolsillo, cerca de la navaja.

El elevador acaba de pasar el noveno piso.

Ferro tiene unas ganas locas de fumar. Tiene la cajetilla de cigarros y el encendedor en el bolsillo de la camisa.

En cuanto entre a mi casa me fumo un cigarro. Antes me tomo un vaso de agua, que estoy muriéndome de calor y tengo la camisa pegada a la espalda, carajo, y luego me fumo un cigarro.

El Skylark 2000 acaba de pasar el décimo piso.



A las 17:03, el Skylark 2000 acaba de pasar el onceavo piso.

Repentinamente se apagan las luces de la cabina. Y el elevador se para.

Entre el onceavo y el doceavo piso.



Primera hora

17:03

“Cuando esto pasa es cómico y sorprendente”, reza una vocecita en la mente de Claudia. “Cuando se rompe la película y el público de repente dice ¡Oh!, y ya no existen tramas ni subtramas, ni intriga o personajes, sólo una pantalla negra, de un momento a otro, en medio de un diálogo.

“Cuando esto pasa es cómico y sorprendente” reza la vocecita en la mente de Claudia. “Cuando unas tijeras afiladas cortan el curso de una vida, cuando un ¡Oh! de puro asombro de no-regreso de un flujo lógico y coherente de termómetros bajo las axilas, vacunas, frenos para los dientes, reventones con las luces apagadas, ginecólogos, apendicitis, y cuando llega el tiempo de las tijeras, no te ha servido de nada mirar a la derecha e izquierda antes de cruzar la calle, nadar esperando dos horas después de la comida, evitar las callecitas oscuras porque, de todas maneras, las tijeras cortan igualmente cuando llega la hora.

“¿Recuerdas la vigilia de Navidad?”, murmura la vocecita en su mente. “Estabas sentada al lado de Bea, en el asiento del copiloto, y acababan de salir de la pizzería, alegres por el vino, bajo una lluviecita fría y dura. El coche había tardado un poco en prender pero al fin se puso en marcha, jadeando y crepitando en el hielo de finales de diciembre. Y habían tomado el periférico, tú con tus guantes vistosos, la bufanda de lana natural, la gorra con el escudo de Superman, y no había nadie en la calle, pero realmente nadie, ¿recuerdas?

“Y habían prendido la radio, pasaban una vieja melodía de los Skiantos, y habían empezado a acompañar la voz de Freak Antoni en perfecta sincronía, habían tomado el periférico cantando ‘Sono un ribelle mamma, vai a letto non star sveglia nella stanza’, habían superado la curva a mitad de la rampa, una cinta de asfalto en medio de los campos y de la maleza, en un barrio de las afueras de la ciudad. Habían visto el humo saliendo de la mitad de la curva. Dos columnas de humo entre la lluvia mezclada con nieve. Dos columnas que subían en la oscuridad.

“¿Te acuerdas qué pensaste al ver aquellas columnas de humo, Claudia? ‘Maleza que se quema’, pensaste, ‘maleza que se quema en los campos’, eso pensaste.

“Después viste dos siluetas, en la oscuridad y la lluvia.”

Y entendiste en una fracción de segundo que el humo no salía de los campos o del asfalto. El humo salía de esas dos cosas negras en medio de la rampa desierta. Dos masas oscuras frente a ustedes.

“Otra fracción de segundo y distinguiste claramente aquellas dos cosas negras. Dos automóviles partidos a la mitad, sin faros, sin cofres, las luces hechas papilla. Invisibles, en la oscuridad.

“Entonces entendieron, tú y Bea.

“Los dos armazones humeantes les obstruían el camino, bloqueaban los dos carriles.

“Estaban desplazándose a ochenta por hora, sobre el asfalto mojado, contra una barrera de láminas quemadas por el fuego. Sin espacio para pasar por en medio. A los lados, un muro de contención y un salto de diez metros hacia el campo.

“Entonces exhalaste un ‘¡Oh!’ de mero asombro al entender que no había ningún agujero en donde meterse para evitar el impacto. Cuando el fluir normal de un día marcado por eventos lógicos y consecuentes fue cortado por unas tijeras, como dos armazones invisibles sobre la rampa de un periférico. O un elevador que se bloquea entre el onceavo y el doceavo piso.

“Bea pisó el freno con todas sus fuerzas, ¿recuerdas? Los brazos rígidos en el volante.

“No habías cerrado los ojos, todavía no. Estabas aturdida por el desgarrador quejido de las llantas en el infierno de láminas, cristales y espejos.

“Sólo cuando Bea intentó el último viraje, cuando se puso de lado para evitar el impacto frontal, sólo entonces cerraste los ojos. Un instante antes de aquel sordo ¡Thudd! contra el armazón.

“Después —¿recuerdas?— abriste los ojos.

“El coche había perdido impulso, mas estaba vivo, parado, aunque con el motor todavía prendido. Intacto, frente a los dos coches partidos, negros y silenciosos. Entre espirales de humo, bajo la lluvia mezclada con nieve, entre el campo y la maleza.

“Freak Antoni que cantaba todavía ‘Sono un ribelle mamma’ en el más absoluto silencio.”



Cuando el Skylark 2000 se para, Claudia deja escapar un “¡Oh!” que parece salido de la caja negra de un avión sacado del fondo fangoso del océano.

La cabina se vuelve de repente oscura. Claudia se tambalea por la parada inesperada, agita la mano en la oscuridad, agarra por instinto el hombro del muchacho con la playera de Bruce Springsteen. Se sujeta, pide perdón en un murmullo.

Después aparece la luz. Verde.



“¡Carajo!”, balbucea Ferro cuando explota la oscuridad en el elevador. Por instinto, lleva la mano al bolsillo, donde encuentra la navaja.

El Skylark 2000 se para de golpe. Da una sacudida para asentarse, una sola sacudida, casi un sollozo. Ferro se tambalea, abre los brazos buscando un apoyo que no encuentra. Presiona las palmas de las manos contra las lisas paredes de acero.

La luz verde barre la oscuridad.



Tomás acaba de recordar dónde guarda la ropa de invierno su mamá. Ha visualizado el suéter encima de una pila ordenada de ropa de abrigo, en el clóset del sótano. Al lado de la caja, la grande, donde sus viejos Dylan Dog conviven con los Tex de su padre.

Después la cabina se sacude. La cabina que, de un momento a otro, se llena de tinta negrísima.

Tomás se pone rígido. Abre los ojos, en la total oscuridad.

Un momento después, la luz esmeralda disuelve la tinta negra.

Tomás está clavado entre el onceavo y el doceavo piso.

Con la muchacha de pelo verde. Y el sosia de Elvis con las botas de piel de serpiente.



En el momento en que la oscuridad le abre paso al verde oscuro, todo empieza a moverse rapidísimo. Se reducen las superestructuras, viejos discos de la Sun Records, Superman de los años Cincuenta, estribillos bosquejados en los diarios escolares, el instinto corre con la adrenalina.



(el miedo a ser enterrado vivo el miedo a los lugares cerrados el miedo a los sótanos el miedo a los desconocidos invaden tu espacio respiran tu aire el sueño del túnel en la montaña el sueño del túnel en la montaña el miedo a ser enterrado vivo el miedo a ser enterrado vivo)



Y tres personas racionales, de repente, se vuelven avispas en un vaso volteado.



La cabina del elevador deja de temblar. Tomás mira a Ferro, Ferro mira a Claudia. Claudia mira la luz verde que sale del difusor de plexiglás.

Tomás se aplasta contra la pared, como hacía cuando era niño. Cuando lo tenían que inyectar y él se escondía en el clóset o bajo las mesas hasta que su padre lo sacaba mientras él gritaba y pataleaba. Ahora, por instinto, se mueve unos centímetros hacia atrás. Pega la espalda a la pared de acero, justo debajo de la tarjeta de Rápida Intervención.

“Estamos parados”, murmura incrédulo.

Ferro espeta: “Nooo, la gran puta. Puta, putísima mierda.”

Claudia se mueve como resorte hacia el panel de comandos, busca el botón de alarma, lo presiona dos veces. Da vuelta otra vez hacia las dos figuras verde y negra, y dice: “Oprimí el botón de alarma.” Ferro comenta siniestro: “Ya lo vi, puta madre”, y tres personas capaces: una de las tres, de repetir de memoria todas las canciones de Elvis Presley; otra de las tres, de repetir toda la serie existente de Superman; la tercera de las tres, cada palabra de Tunder Road, en un instante se han convertido en tres corazones que laten enloquecidos, alertas como lobos.

Por algunos instantes esperan en silencio, respirando pesadamente el uno sobre el otro. Cada quien fija la mirada en un punto en el aire, un diferente punto de la cabina. Esperan que el elevador vuelva a moverse. O que alguien escuche la alarma y los saque de allí. Son tres avispas en un vaso volteado, y el vaso volteado mide un metro treinta por noventa y cinco centímetros. Se están comiendo el aire el uno con el otro, en el vaso volteado.

Ferro lanza una blasfemia. Saca el celular del bolsillo, aparta brutalmente a Tomás, lee la etiqueta a la espalda del muchacho. En la etiqueta está escrito “Este elevador cuenta con el servicio de Rápida Intervención las 24 horas”. Abajo hay un número de emergencia.

Ferro está a punto de marcar el número. Dirige la mirada al celular. Se detiene.

“Sin señal” dice la pantalla. Sin señal.

“La puta”, ladra Ferro, “pero la putísima gran puta.” Presiona las teclas del celular al azar, lo apaga, lo vuelve a prender. La pantalla continúa anunciando Sin señal. “¿Los suyos sirven?” Ladra levantando los ojos, “¿sus celulares?”

Claudia busca en su mochila peruana, busca su Nokia naranja. Cierra sus labios.

“Sin señal” dice, lentísimamente. “El mío no tiene señal.”

“El mío tampoco” hace eco afligido Tomás, frente al suyo inservible. Un Ericsson rojo con azul. Tres celulares se convirtieron en piezas de plástico y acero, por algún motivo incomprensible, y el número de “Rápida Intervención las 24 horas” está lejos e inalcanzable como la luna.






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Ilustración:
Silvana Zollinguer, Villa Floria, óleo/madera, 63 X 47 cm


Gianluca Morozzi (Bolonia, 1971). Ha publicado las novelas Despero (Fernandel, 2001), Dieci cose che ho fatto ma non posso credere di aver fatto, però le ho fatte (Fernandel, 2003), Accecati dalla luce (Fernandel, 2004), Blackout (Ugo Guanda Editori, 2004; Tea Libri, 2007), L’era del porco (Ugo Guanda Editori, 2005), y la recopilación de cuentos Luglio, agosto, settembre nero (Fernandel, 2002). Ha participado en antologías como Suicidi falliti per motivi ridicoli (Coniglio Editore, 2006) y Quote Rosa. Donne, politica e società nei racconti delle ragazze italiane (Fernandel, 2007).